L’evasione è programmata per il 4 giugno. Duecento detenuti prenderanno la via della fuga da una quindicina di carceri. In fuga, verso una nuova vita. Non è un fatto di cronaca, ma un vero e proprio Tour de France. Non quello dei grandi nomi, delle polemiche sul doping, ipermediatizzato mondialmente. Ma quello del riscatto, della speranza. A correrlo, 200 detenuti che da mesi si allenano quotidianamente per affrontare un percorso degno di quello proposto dal “cugino nobile”.
SOCIETA’ — L’idea è partita da Jean Paul Chapu, direttore del carcere di Lilla, che ha sempre fatto dello sport uno strumento prioritario di reinserimento. “L’intenzione – spiega Chapu – è quella di premiare la motivazione delle persone che oggi sono in carcere, ma che vogliono....più di tutto ritrovare il loro posto nella società”.
PERCORSO — E di motivazione ce ne vorrà molta per affrontare le 15 tappe e i 2100 chilometri previsti dal tracciato che attraversa dieci regioni. Un viaggio che parte da Lilla per arrivare in due settimane a Parigi, inclusa una tappa in Corsica. Un viaggio simbolico di riconquista di dignità sociale. Sei detenuti lo percorreranno per intero, accompagnati di volta in volta da quelli delle carceri sfiorate. Ogni tappa si apre e chiude nelle località limitrofe alle 62 prigioni coinvolte nel progetto: “Non si parte da un istituto di pena per arrivare a un altro – spiega Chapu –, ma dai paesi più vicini, giungendo nelle piazze centrali. Perché vogliamo riportare i detenuti nel cuore della società”.
IMPEGNO — Il Tour de France delle prigioni non è una gara, ma una lunga corsa, impegnativa, senza rivalità. “I duecento detenuti – precisa Claude D’Hancourt, direttore dell’amministrazione penitenziaria nazionale – sono uomini, donne e minorenni scelti tra chi ha pene compatibili all’impegno sportivo, finiti dentro con condanne di massimo tre anni e che hanno dimostrato la volontà ferrea di rimettersi in carreggiata. Anche attraverso i valori dello sport, il rispetto delle regole, del gruppo, della società”.
FUGA — “L’obiettivo – spiega uno di loro – è quello di dimostrare ai nostri familiari che possiamo avere un obiettivo e raggiungerlo. Oggi tramite lo sport, domani nella vita di tutti i giorni”. Per Chapu i rischi di evasione vera sono nulli: “Per me, questi detenuti sono già evasi dal momento in cui hanno deciso di reintegrarsi nella società”. In ogni caso, i duecento detenuti saranno accompagnati da trecento tra guardie, personale penitenziario, dirigenti e impiegati. Tutti vestiti con la stessa maglia. Tutti nello stesso gruppone, in fuga, verso la libertà.
Fonte: la Gazzetta dello Sport

