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Morti sul lavoro, mai così poche dal 1951. Non sarebbe ora di pensare ai precari?

thyssenkrupp-torinoQuello che vi apprestate a leggere non è un articolo di cronaca, né tantomeno – sebbene vi potrà sembrare – di opinione. E’ solo un accorato grido di dolore riservato alla tragedia del precariato, una tragedia che – in Italia e solo in Italia – sta inaridendo il futuro di un’intera generazione. La mia. Leggo sul sito del Corriere, per giunta in apertura, che il numero dei morti sul lavoro (le cosiddette “morti bianche”) ha toccato, nel 2008, il minimo storico dal lontanissimo 1951: 1.120, secondo l’INAIL, che segnala un dato “drammatico nei numeri” ma pur sempre record. Spiace per le 1.120 famiglie che non hanno potuto riabbracciare il marito (o padre, o figlio), partito la mattina di buon’ora e mai più tornato, ma i punti che qui si vogliono considerare sono almeno altri due: 1. la campagna politica del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha funzionato, congratulazioni; 2. il vero dramma del mondo del lavoro, ahimé, è un altro.

C’è chi dice che un lavoro precario “è precario, sì, ma è pur sempre un lavoro: sarebbe peggio la disoccupazione..“. Potrei anche concordare con questa tesi, che identifico con il giuslavorista – assassinato dalle BR – Marco Biagi (un altro, l’ennesimo, morto sul lavoro). Se non fosse che, nelle pieghe della legge da Lui ispirata, tra le righe del suo Libro Bianco, non stanno scritti con chiarezza i limiti del ricorso al precariato da parte degli imprenditori. I quali, già di per sé squali (figuriamoci in un’Italia che si vanta di riuscire a “trovare l’inganno” una volta “fatta la Legge”), in questo mare dove l’unica legge è quella darwiniana (il più forte sopravvive, il più debole soccombe) sguazzano con il sorriso sulle labbra.

A vederla così, la situazione sembra già sufficientemente sconfortante. Peccato che, poi, ci si metta pure il sindacato, tutto proteso nell’intento di migliorare il quadro. Con successo. “Difendiamo i diritti”, recita. Sì, ma finché i più importanti – e perciò degni di tutela – tra i suddetti saranno quelli delle badanti extracomunitarie, oppure dei 50enni che anelano alla pensione “con formula retributiva, e subito”, le giovani generazioni resteranno sempre nel loro Limbo, senza alcuna voce.

Il dottor Tommaso Padoa-Schioppa le definì, ci definì (sprezzante del pericolo), “bamboccioni”. Purtroppo o per fortuna, il Governo di cui era Ministro cadde prima che si potesse apprezzare la ricetta proposta dallo stesso sul tema del precariato. Con Berlusconi non risulta che l’argomento sia mai entrato in agenda. In chi possiamo confidare per trovare una sponda, chi si porrà il problema di quei sogni (una casa, una famiglia) uccisi dal ricorso disinvolto al precariato? Purtroppo un Paese che non investe sui suoi giovani più ambiziosi è un Paese senza futuro. Ma forse l’Italia – destra e sinistra – merita solo che si parli di “vergini e mignotte”. Molto più interessante..

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