Più lunga di un Passo Gavia; più dura di uno Zoncolan. Per giunta, frustrante come un ventaglio (almeno in certi suoi frangenti..).
Tale è stata la battaglia legale intrapresa dal ciclismo, italiano in primis, contro lo spagnolo Alejandro Valverde.
Ma per fortuna, al pari dei ciclisti (e diversamente da chi li manovra..), la Procura Antidoping del CONI è un organismo dalla testa dura, tutt’altro che arrendevole. Infatti non solo è riuscita a superare i numerosi contrattempi incontrati lungo il percorso, ma anzi è addirittura riuscita a vincere la propria battaglia e ad ottenere che Valverde sia squalificato, che paghi appieno la propria colpa, al pari di quanto....accaduto a Ivan Basso e Michele Scarponi, primo e quarto al Giro d’Italia 2010 dopo i due anni di stop impostigli per il coinvolgimento nell’Operacion Puerto.
1 gennaio 2012. Fino ad allora, avremo il privilegio di fare a meno di lui. Lui, Valverde, che sbugiardato da un test del DNA nell’estate del 2008 (!, all’epoca dello sconfinamento del Tour de France in Italia) ha continuato a respingere le accuse, non nel merito ma per una supposta “Mancanza di competenza territoriale” dei giudici italiani. Lui, Valverde, che invece di farsi da parte ammettendo che sì, aveva intrattenuto rapporti con il dottor Fuentes, ha continuato a correre, vincere e persino lamentarsi di non poter correre il Tour de France (siamo al 2009) per via di uno sconfinamento di un’ottantina di km in Valle d’Aosta, in quell’Italia dove la Procura Antidoping del CONI era riuscita ad inibirgli di gareggiare. Lui, che in fin dei conti il proprio scopo lo ha ottenuto: continuare a correre negli anni della maturità agonistica, vincendo anche Giro del Delfinato e Vuelta a Espana 2009.
Il movimento del ciclismo, che da questa storia esce comunque sconfitto, può oggi bearsi del “brodino” della squalifica, differita; la “puritana” organizzazione del Tour de France, sempre spietata con i reduci più scomodi delle vicende doping, esce altresì sconfitta, dal momento che si è troppo spesso voltata dall’altra parte ammettendo l’atleta alle numerose corse da lei organizzate. Lo sport spagnolo, rispetto al quale continuiamo ad auspicare indagini più puntigliose, ci rimette la faccia, e non sappiamo quanto il gioco (di coprire l’atleta) sia valso la candela (Valverde ha vinto molto, ma non quei campionati del mondo che gli iberici speravano: che fosse solo la punta di un iceberg che coinvolge altri sport?). Vince, invece, chi fino ad oggi ha provato a correre “pulito”: giustizia è stata fatta, o quantomeno si è rimediato al pastrocchio venutosi a creare

